Ragioni di una mostra doppia e singolare
di Paolo Ferruzzi
Nell’ampio e luminoso studio che era stato di Libero Andreotti, per la prima volta, e attraverso la voce del mio maestro Bruno Innocenti, che ne era subentrato a dirigere la scuola di scultura dell’Istituto di Porta Romana, venni a conoscenza diretta di Silvestre Cuffàro.
Avevo accettato, siamo nei primi anni ’60, un simpatico compromesso con il mio professore di cui mi trovavo ad essere in quel momento unico allievo, dal momento che gli altri studenti preferivano altre discipline meno, così affermavano, “antiquate” della scultura: mi avrebbe abbuonato un semestre di lezioni se avessi posato per lui e per il Cristo che andava realizzando e che poi è diventato quel Redentore che dall’alto dei suoi 25 metri, sullo strapiombo di un’alta montagna, domina oggi il golfo di Maratea.
E sì: quel Cristo sono io. Posai come modello vivente, e per molti mesi, sotto le alte volte delle antiche scuderie reali di Palazzo Pitti, incastonate nel giardino dei Boboli in Firenze.
Non mi fu abbuonato un semestre di attività didattica ma, al contrario, seguii da |
privilegiato studente le più belle ed intense lezioni cui un discente potesse aspirare.
Un maestro tutto per te che modella davanti ai tuoi occhi, un maestro che ti spiega i passaggi tonali del brano di musica classica, che in sottofondo sottolinea il crescere del modellato plastico dalla creta lucida e turgida, un maestro che racconta il suo passato fatto di ricordi, di conoscenze affascinanti e di colleghi e di compagni d’arte.
Silvestre Cuffàro lo sentii nominare là per la prima volta, nell’omaggio di Bruno Innocenti che lo aveva conosciuto e di lui aveva apprezzato le opere quando spesso, assieme, esponevano nelle Quadriennali della Capitale.
E nella Capitale, nell’Accademia di Belle Arti e in altra disciplina, quella di Scenografia, dove mi ero trasferito nel 1966 per “allargare” le mie conoscenze artistiche, ancora una volta Silvestre Cuffàro entrò in me e questa volta in forma determinante e duratura.
Titolare della Cattedra era Peppino Piccolo, siciliano di Catania grande amico di Mimì Lazzaro, Filippo Sgarlata, Renato Guttuso ma soprattutto di Silvestre Cuffàro, tutti artisti con i quali, così cominciò a raccontarmi nei lunghissimi pomeriggi che assieme trascorrevamo come novelli Cincinnato nel Casale al Quo Vadis, eletto a suo Studio, frequentava nel 1924 l’Accademia di via Ripetta 222 e di quando nel pomeriggio si |
ritrovavano nello studio di Silvestre in Via del Babuino, tutti in festosa allegria con la loro mediterranea bellezza ed esuberanza siciliana.
E qua si ritrovavano anche Mafai e Scipione, ribelli discepoli della Scuola libera del Nudo, ma anche il già affermato Pietro Piraino che poi diverrà parente acquisito dello stesso Silvestre.
Tra un rincalzare cespi d’insalata o un cavare patate dalla terra scura, io e Piccolo, improvvisati contadini in quel Casale, dopo ore trascorse a dipingere al cavalletto, parlavamo, o meglio lui parlava ed io ascoltavo, di questi ricordi allargando così il mio orizzonte su quegli anni che hanno visto nascere un nucleo di artisti tanto vitale e significante per tutto il novecento.
E di quel periodo rimangono numerosi ritratti che tra loro si facevano, numerosi libri con dedica che si scambiavano e il ricco carteggio epistolare evidenziato da copiosi disegni che sottolineavano, con dissacrante vitalità, la loro Terra di origine ma anche la Società che si andava formando in quegli anni.
Questo avveniva quand’ero un giovane studente prediletto e quasi un figlio adottato, perché così mi definiva Peppino Piccolo anche quando ne divenni Assistente in Ruolo alla sua Cattedra. Poi all’inizio del 1976, nel mese di gennaio, nel tardo pomeriggio di sabato 26, in quel Casale conobbi Mimma, la figlia di Silvestre Cuffàro, venuta a […] |