Palermo Shooting di Momò Calascibetta
Ressurrectio
di Enzo Venezia

Momò Calascibetta
Un artista, il Mediterraneo, l'impegno, il segno, il disegno, il colore e l'ironia di una realta istrionica
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di Eugenio Maria Falcone


Parlare di artisti oggi non è cosa facile non foss'altro per la quantità e la multiforme appartenenza a questa o a quella corrente. Oggi trasformare le cose della quotidianità in "Arte" è veramente cosa semplice e facile. L'ultima trovata che trasforma qualsiasi casalinga, qualsiasi hobbista, qualsiasi persona in grado di acquistare una digitalina, videocamera o macchinetta fotografica, in potenziali artisti, ha procurato, peggio che nell'ultima parte del secolo precedente, una infinità di ARTISTONI PITTORI, VIDEOMAKERS, PITTORI, SCULTORI e altro. Prima ci si limitava a creare opere di "MERDA d'ARTISTA" ora di merda ce n'è, e anche parecchia, e quasi non ce ne liberiamo più, come avviluppati dal liquame, dallo sporco appiccicoso e maleodorante di opere sempre più in putrefazione, e senza nemmeno averla pensata, questa putrefazione! Quest'anno che volge al termine, spesso ho visto "critici" o voci "autorevoli" arrampicarsi sugli specchi per definire opere ed artisti che non esistono. Frasi del tipo: «Credo che la cosa interessante è l'evoluzione dal suo lavoro precedente... che era sempre legato alla sua realtà palermitana... alla visione di qualcuno che cerca di indagare invece il lato oscuro o nascosto di una realtà che magari è anche familiare anche il quotidiano o il conosciuto però cercando di vederne degli aspetti misteriosi... » oppure «Dei quadri poi c'è più l'aspetto del divertimento, perché son molto colorati e la luce è molto forte... e altri due che sono anche abbastanza incomprensibili... o comunque che ci lasciano messaggi attraverso oggetti che ci sembrano inconciliabili l'uno con l'altra è insomma una specie di enigma da divertirsi a cercare di tradurre». Come se l'evoluzione di per se fosse un valore, che la quotidianità neccessariamente oggetto di riflessione, e che materia, colore e luce, da soli, elementi esclusivi per la definizione dell'opera d'arte. Mi capitò una volta che nell'installare una "scultura" di un "artista" realizzata con scarti di ferraglia, automobili, latte marce e altro, il gancio della gru che la sollevava si sganciò. Ogni pezzo di IMMONDIZIA tornò nel suo stato originario, la mia perplessità a poter "restaurare" quell'opera mi stimolò parecchi interrogativi. Per non parlar ancora (ma qui ahimé per loro ne parliamo) degli ZELIG, ovvero gli artisti che pur di esserci regalano opere ai musei, alle fondazioni, alle biblioteche, e si pagano pure i cataloghi che spesso sono solamente autocelebrazione di una povera e scarsamente intelligente mostra di se accanto al presidente della Regione, col professor Tizio, con il regista Caio, col Direttore della Fondazione Eccetera. Insomma proprio come nel miglior Allen degli anni '80.
A differenza di tutto questo "lerciume d'arte" (abbiamo superato la merda) c'è però chi, degli elementi che da sempre hanno fatto l'arte - il colore, la luce, la materia - invece crea arte, la organizza, la pensa e in sordina, di nascosto, si discosta dalla "immondizia" massmediale. Prima però di dire io qualcosa su di un'artista di tale categoria, voglio trascrivere ciò che, più autorevoli intelletti da intellettuali liberi, hanno detto:

«Momò Calascibetta dipinge da quindici anni (allora quando scrisse Sciascia. Ndr) ma solo da tre o quattro ha cominciato a far vedere le sue cose in mostre collettive e personali: è questo già segno di una serietà oggi non comune, e anzi rara. Sembra, oggi, per tanti che dipingono, che il mestiere sia da venire dopo. Prima il successo, da conseguire con mezzi propagandistici e pubblicitari, e poi il mestiere. E magari mai una volta conseguito il successo, Momò anche perché autodidatta, ha fatto il contrario. Aveva delle cose da dire, in pittura, ed ha cercato prima il mestiere per dirle. E direi che ha tanto mestiere, e ormai connaturato alle cose da dire, che per esempio l'impiego dei colori acrilici gli è diventato mezzo di espressione. I colori acrilici sono una comodità, generalmente. Nel suo caso sono espressivi: tutt'uno, cioè col mondo che rappresenta. Che è il mondo, a volerlo chiudere in una formula, della corruzione cattolica o, a volerlo particolareggiare, della corruzione democristiana. Di uno dei suoi primi quadri, esposto alla mostra del "sacro nell'arte" nell'arcivescovado palermitano, il titolo era "Processione e processi": e questo si può dire che è il tema, costante fino all'ossessione anche se appare in forme diverse, della sua pittura fino ad ora. Tema cui è implicito, ad aggiungere imbestiamento ad una classe di potere già sufficientemente imbestiata nella più lata avarizia e nella più lata rapacità, quello di una sessualità senza gioia, in sè arrovellata.» (Leonardo Sciascia)

Allora di colore, di temi e di impegno mi pare ce ne sia abbastanza, per delineare questo Artista. Niente foto né donazioni, in tempi che erano di lotta, di ideologie e di scontri che oggi sono un po' affievoliti, e come diceva il corvo in "Uccellacci uccellini" di PP Pasolini, l'ideologia è morta. Morto però non è quel maledette vizio degli uomini di voler sopraffare, creando profonde voragini e immense distanze tra chi ha tutto e chi ha niente. E già Momò se n'era accorto!

«Sciascia mi parlò di un pittore siciliano maestro della matita e del pennello accanitamente dedito ad una sua ricerca di qualità artistica assoluta, fottendosene (così si espresse) del successo, malattia endemica tipica della categoria dei pittori che è quella di sentirsi ed ancora più mostrarsi arrivati... nel sarcofago, finalmente!
Un pomeriggio Momò venne a trovarmi a casa, allampanato ed energico: mi apparve come un sottilissimo filo d'acciaio conficcato a terra, sospeso nell'aria e sbattuto dal vento.
Con compiacimento di satiro greco mi mostrò la fantasmagoria orgiastica di giostre in movimento (Comiso park, 1984 esposizione "Corrente" ndr), gravate da una sessuata umanità sessuofoba e raccapricciante, sfacciata e tracotante, dilettuosamente impegnata nelle stanze della vita o della morte che l'America viene a giocare a casa mia: Comiso. Ed io non me ne ero accorto?! ....
» (Gesualdo Bufalino)

La strada dell'artista è spesso una strada contorta, irta, piena di pericoli, ostacoli ma spesso sono proprio questi elementi che arricchiscono il suo cammino

«Ai regni opulenti, ai re soddisfatti, ai poteri sicuri e iattanti, ai sontuosi palazzi, alle giare di grano e di miele, alle piazze di giochi e di danze, di salti su groppe, fra punta di corna mortali, alle ridondanze solari, ai bronzei busti, alle tiare, alle armille dorate che serrano vite, tempie, braccia, agli onici, ai lapislazzuli, agli smalti celesti corrispondono le dimore infernali, le putride viscere, gli incrinati pilastri, le fratture allarmanti, i sotterranei grondanti, le gromme, i muschi, i filamenti, i liquami stagnanti, i notturni sentieri, i labirinti angoscianti. Là, alla fine del tortuoso degrado, lo scivoloso sentiero lungo cui s'aprono porte, grotte, svolte, nuovi sentieri, trappole, inganni, s'odono voci, bisbigli,rimbalzano echi d'ogni sibilo, fiato, squittìo, baluginano occhi deserti di fronte, sprazzi, palpiti fiochi, là, all'estremo, contro la parete dell'oscuro meandro è l'anello mutante, il bestiale legame, l'ebbrezza rimossa, il limite infranto e nascosto, l'innesto chimerico, la creatura innocente, il testimone occultato. Una mente perversa e servile ha ideato ha ideato la prigione assoluta. Regna il toro a Cnosso, la bestia potente che irrompe sull'orlo di un fasto che si sfalda e decade, sforza e invade regime di noie e mollezze. Il prezzo di tanto regresso, d'innaturale ritorno ad ere pregresse, sepolte, è il sacrificio barbarico di fanciulle e fanciulli di un Atene civile in scadenze fatali.
Si sa come avvenne il mito, nella grande metafora.

Sul mare di Creta navigava la prua raggiante
d'azzurro.
Portava Teseo e sette coppie di giovani Ionii (Bacchilide)

Fu accolto l'eroe come figlio di re e al banchetto narrò le sue imprese, innamorò Arianna che lo soccorse col filo che lega il giorno con l'oscuro viaggio, nel cammino profondo fino al punto mortale e nel ritorno alla vita. Rinsalda così Teseo, col sacrificio della bestia dolente, del mostro innocente, la frattura, lo iato nel tessuto civile, nella ragione del mondo. La favola quindi, il romanzo, apre e dipana, nel rito d'uscita, ancora volute, sentieri, sviluppi, narra d'Arianna abbandonata sullo scoglio di Nasso, della fuga di Dedalo e Icaro dal labirinto serrato per le vie del cielo, del precipitare nel mare del figlio imprudente, dell'approdo del sagace architetto a Càmico, nel regno del sicuro Còcalo. Si rientra così in un labirinto più tetro e tremendo di quello di Creta, nel palazzo fascinoso e perverso in cui resta rinchiuso per sempre chi per ventura è nato in Sicilia: coalico inganno, spirale infinita, abbaglio e stupore, groviglio di sensi, terrore vulcanico e delizia di loto, abbandono e torpore, follia. Ci narra il pittore, Momò con dolore e furore, in ogni scena, sequenza, in ogni snodo della vicenda, che il sotterraneo palazzo, l'occulto viluppo di strade, il buio riflesso, la bestia nel riflesso obliata, che tutto è riemerso alla luce, s'è fatto palazzo regale, colonnati e scaloni infiniti, odeon ed arene e teatri, s'è fatto esistenza e potere, paesaggi di idillio e di caos, colate di lave vulcaniche e flora opulenta, sinistro rigoglio d'opunzie e labirinti di tronchi, di fibre nodose, di radici pendenti. Nei meriggi d'incandescenza, nel fulgore sospeso, nelle ore dei fauni, vaga per i boschi, per le rive del mare, per città e villaggi la bestia biforme, il Minotauro anelante, invoca, si strugge, bramisce. I gialli, i rosa, gli azzurri, i verdi, i rossi squillanti, i marmi, le scaglie, i metalli, le punte oltraggiose, le volute infinite, le estatiche pose, gli abbandoni, le smanie, le fughe delle figure, gli orizzonti di fuoco i cieli corruschi, l'amaro grottesco, il bruto linguaggio che regna in questo mondo dipinto è lo specchio fedele della nostra, della deformazione del mondo, del labirinto odierno di stortura, locura, persita di memoria, nesso, ragione, armonia, misura.
C'è offesa e risentimento nei quadri di Momò Calascibetta, c'è aperta denunzia della colpa di Pasifae e bisogno, desiderio struggente di liberazione, d'uscita dalla nostra prigione, dal labirinto d'angoscia e dolore.» (Vincenzo Consolo)

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