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di Eugenio Maria Falcone |
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Che fine hanno fatto le uniche due anime del cinema italiano sensibili alla realtà? Sono al lavoro di un nuovo episodio di miserabili interpreti, di reietti petomani, di ventri slabbrati, di seni maschili prolassati da ginecomastie, di ani purulenti e defecanti, di viscere rumoreggianti? Non è dato saperlo. Di certo le loro immagini, i loro bianconeri, le profonde atmosfere pasoliniane-browninghiane di un'altra specie di freaks nostrani sono vivide metafore di una vita parallela esistente, tangibile, incombente nel nostro scandalizzato quanto moralista modo di concepire la realtà. Ricordiamo i continui atti censori da parte delle istituzioni benpensanti, pronte a bloccare un'interpretazione irriverente o scandalosa delle sacre scritture, ma anche delle semplici immagini di "merda" umana protagonista.
A dire il vero, Ciprì&Maresco hanno continuato, ma questa è una vecchia storia, facendo del loro talento un intermezzo notturno nella programmazione di una emittente televisiva prima, a livello regionale, poi in una più nota quanto qualificante televisione nazionale. Ma sempre di "periferia" oraria si tratta. Diciamo che di Ciprì&Maresco molti si sono dati da fare a dir qualcosa, da Bruno a Sanguineti, da Ghezzi a Kezich, e malgrado le varie e discutibili argomentazioni per definire queste "due anime in pena", poco si è realmente fatto per assecondarne le prodigiose quanto inedite intuizioni. Ricordo la manifestazione fatta in fretta e furia al mitico Lubitsch di Palermo, in occasione dell'assoluzione definitiva dalla censura che si era accanita sul film "Totò...". Eravamo in quattro e quando dico quattro, esclusi Il Maresco, il Ciprì e il Napoli, eravamo veramente quattro. Gregorio parlò, qualcuno ascoltò... null'altro. Non un rigo sulla stampa del giorno dopo. Ma forse fu meglio così...
Una cosa è certa Il cinema di Ciprì&Maresco è un cinema scomodo, scomodo perché
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| Maresco&Ciprì, sul set di Cinicotv* |
Maresco&Ciprì, sul set di Cinicotv* |
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| un bel ritratto può far comodo, uno brutto, spesso coincidente con la realtà no. Le radici del cinema di Ciprì&Maresco sono quelle di una realtà rintuzzata, emarginata, destinata alla polvere, allo sterco, all'annientameto dell'essere divenuto reietto. Vedendo le immagini esclusivamente maschili dei loro film, non posso che pensare alle atmosfere di una Palermo cinquecentesca, dove Nobili e Clero gareggiavano, si avvicendavano alla conquista del "possesso", gli uni del potere temporale, gli altri di quelle povere anime di immondi(zie) che erano i vili, i lavoratori, le maestranze, gli artigiani. Vile era il lavoro considerato dall'aristotelico pensiero. E da questo ne derivava il comun denominatore che elevava, Nobili e Clero, a discendenza divina. Mi vengono in mente, ma solo posso immaginarle, le feste che in pompa magna erano organizzate da clero&nobiltà per commemorare vivi e morti, per spadroneggiare con sontuosi banchetti o sontusi digiuni, per ostentare ricchezze, tessuti ed ori o mortificar la carne effimera e vana. E i miserabili "freaks" di popolo, appresso alle povere poche briciole, tra coltelli, maschere, carni lacerate e ciniche e vili vendette di diseredati. E i nobili e il clero carovanavano la "Santa" sul carro barocco, sul carro trainato dai buoi da dove ovazioni e musici cospargevano di nenie, canti e imprecazioni il popolo. "Nigni nigni la campanedda..." le tovaglie ricamate ai balconi, ai piani nobili di una Palermo spagnola sugli assi dell'Urbe, il Cassaro e La Maqueda, assi all'incotro dei quali, il "Teatro del sole", centro virtuale dei poteri, una volta "Volava l'Ancilu", un'altra saltavano petardi e bombecarta e poi |
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fin giù, alla Marina, la piazza che lambiva le povere dimore di pescatori, che diveniva all'occasione teatro di scene, di rappresentazioni, di cacce al cervo. E Ciprì&Maresco, volenti o nolenti ci parlano di questa Palermo, di questa radice ispano-araba che ancora persiste. Il popolo, l'aspetto arabo, continua ad essere ai margini, malgrado le parabole dei satelliti fissate su spuntoni annegati sui muri dell'antica Palermo e quella spagnola, distinta, borghese, che prima abbandonò il centro storico, mettendoci i reietti, e la stessa che ora li ributta fuori per re-introdursi nelle abitazioni dove, miseri, purulenti, petomani, "nivuri" e "cinisi" si erano insediati tra il lerciume delle fogne a cielo aperto, tra le immondizie a montagna, tra fetori di pesce marcio, tra i resti di un mercato quotidiano. Questa operazione si chiama "Recupero del Centro Storico", come se il recupero di un posto omettesse il recupero dell'umanità che ivi è, e lì è da sempre stata. Ciprì&Maresco sono queste anime in pena, rappresentano in modo assolutamente irreligioso e inumanamente cinico, questo paesaggio reale. Non si capisce come questi non ci siano. Non si capisce come la realtà di una Palermo degradata non è oggetto della censura, della censura all'impossibilità dell'uomo ad essere considerato di per se unico riferimento dell'attenzione, soprattutto di quello descritto da due artisti che mettono dentro l'immagine da loro (ri)creata ciò che nei grandi artisti nei secoli hanno messo per i loro capolavori. Mi viene in mente quel Giovannino o quella Vergine morta, ritratti dal quel genio che era Michelangelo Merisi non a caso frequentatore dei nostri lidi. |
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