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| Mimmo Pintacuda
50 anni di fotografie |
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| Catalogo della mostra, a cura di Dora Favatella Lo Cascio. Testi italiano e Inglese di: Giuseppe Tornatore, Dora Favatella Lo Cascio. |
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| Formato: 22,5x22,5 cm Illustrazioni bitinta 122 circa. Copertina plastificata con pandette Pp.gg. 168 |
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| € 15,00 | ||||||||||||||||||||||||
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| s’allungavano fendendo lo spazio fumoso della sala sino a divenire un cono di luce la cui origine moriva misteriosamente in una finestrella lontana, sospesa in alto, alle spalle degli spettatori. Pensai che lì dietro fosse la chiave dell’enigma, che lì nascessero la storia e i suoi personaggi. Oltre quelle feritoia rettangolare doveva nascondersi qualcuno che costruiva tutte le immagini dello spettacolo meraviglioso di fronte al quale restavamo come ipnotizzati. Per molto tempo coltivai quella stravagante teoria. La elaboravo, connettendola alle innumerevoli congetture che gli altri film di volta in volta mi suggerivano. “Spartacus”, “Ulisse”, “Dracula il vampiro”, “Le fatiche di Ercole”, “Gli argonauti”, “Il gattopardo”, “Ben Hur”, i primi film della mia vita. Quando all’età di nove anni finalmente ebbi l’occasione di entrare in una cabina di proiezione, quella del cinema Capitol, mi ero fatto un’idea precisa di quel luogo, ma troppo fantasiosa. Così la grande emozione che mi suscitò la vista della ciclopica macchina da proiezione che crepitava irradiando luce e fumo, fu immediatamente |
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| seguita da una profonda delusione. In quella stanzetta angusta non c’era nulla di mitico. I personaggi e i luoghi di cui era composta la “pellicola” non nascevano li. Erano racchiusi nel monotono serpente scuro che si snodava dalle grandi bobine caricate sul proiettore da un signore che non assomigliava per niente al demiurgo che avevo fantasticato.Era invece uno come tanti, uno che potevi incrociare in piazza Madrice, lungo il corso Umberto, tra i tavolini del bar Aurora o della Taverna Azzurra. Un bagarioto qualunque insomma. Ma quando gli chiesi se potevo tornare ancora a trovarlo, lui accennò un lieve movimento del capo e disse di sì. Avevo perduto una certezza ma avevo trovato un amico. Era Mimmo Pintacuda. Soltanto in seguito mi sarei reso conto quando la mia infantile supposizione fosse invece sorprendentemente vicina alla realtà. Il fatto è che mentre proiettava storie inventate altrove da chissà chi, e il pubblico le riviveva come in un sogno eternamente uguale a se stesso, dietro le finestrelle della proiezione, a differenza dell’Alfredo di “Nuovo Cinema Paradiso”, |
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| Mimmo impiegava il tempo morto di quegli interminabili pomeriggi pensando ad altre immagini, ben diverse da quelle dei films. Pensava alle immagini che avrebbe cercato di giorno, durante le ore di chiusura del cinema. Le immagini reali della vita di Bagheria che ritraeva con la sua inseparabile macchina fotografica. Per anni e anni Pintacuda non ha fatto altro. Dei suoi concittadinistudiava ogni gesto. E mentre li distraeva dai drammi quotidiani mostrando loro western, storie poliziesche ed avventure esotiche, lui, senza farsi accorgere, gli portava via l’esistenza. La catturava con la stessa agilità del cacciatore, e lo trasformava in fotografie. Di lui mi ha sempre affascinato soprattutto […]. |
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| Caro Mimmo di Giuseppe Tornatore Com’era possibile che quelle immagini luminose e quei personaggi imponenti si formassero dal nulla dinanzi ai nostri occhi? Avevo circa quattro anni. Al Supercinema di Bagheria, accompagnato da mio padre. Era la prima volta che mettevo piede in una sala cinematografica, o la prima ad aver lasciato un segno nelle mia memoria. Proiettavano una “pellicola” di cui solo molti anni dopo avrei scoperto il titolo: “Uno sguardo dal ponte” di Sidney Lumet. Raf Vallone affrontava il cattivo a colpi d’arpione in un duello rusticano sullo sfondo natalizio di una città imbiancata dalla neve. E in quella sequenza rapida e drammatica notai i raggi luminosi che si distaccavano dalle figure in movimento sul “quadro”, |
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