RESURRECTIO
di Enzo Venezia


Resurrectio è la metafora colta in flagrante. È il tentativo, fenomenologicamente dichiarato, di far deflagrare l’annosa questione di palermo come metafora.La megalopoli squarciata e mutilata espone così le proprie viscere, consapevole delle innumerevoli esplosioni che l’hanno segnata, depredandone la bellezza. Si consegna così alla estenuante attesa di una resurrezione possibile, a seguire le devastazioni di varia natura perpetrate negli anni, che nei loro aspetti più volgari e violenti, hanno distrutto non solamente uomini e cose, ma anche memoria e valori, intelligenze e speranze.Resurrectio è il contrario di una macchina celibe. È la rappresentazione cinetica, in forma di installazione per immagini e musica, di un’utopia rigeneratrice, con un richiamo alla dinamica dei primi esperimenti di immagini in movimento.È un set che ricrea il paesaggio archeologico dei corpi e dei luoghi di palermo, identificati nell’analitico loro disfarsi, colti nella sequenza di un movimento restituito in forma seriale: il movimento di una frantumazione/dissoluzione che allude ad una apocalisse (e dunque ad una rigenerazione), ad una fine su cui può basarsi il principio di una rinascita attraverso una metamorfosi non soltanto simbolica. Resurrectio è una scenografia ambientale che investe su una spettacolarizzazione del fenomeno di una possibile trasformazione delle coscienze. È una provocazione ammonitrice per l’occhio, nei modi e nei volumi di un frastagliato sentiero delle visioni da percorrere nell’atto di specchiarsi, per rintracciare in esso memorie nelle quali è bello e giusto riconoscersi, al fine di trarne rinnovate ragioni e nuovi proponimenti.Resti, frammenti, schegge di un’iconografia “addolorata” dal rimpianto e dal lutto: diciotto siti dove si proiettano, seguendo la logica dell’iterazione, altrettante sequenze iconoclaste, devastazioni materiali che simulano devastazioni simboliche, il cui sigillo è costituito dall’apparizione delle date di alcune stragi compiute da quella forma di resistente barbarie che è stata, e che continua ad essere, la mafia. Il visitatore è condotto all’interno di questo percorso di proiezioni; è indotto ad interagire con esso, come attore di un rituale che prevede giochi di prospettiva, sprofondamenti sensoriali ed un respiro emotivo che marca l’auspicio di una catarsi delle coscienze.Gli oggetti, preda dell’analitico lavorio di valorizzazione simbolica, sono presentati come icone di un martirio già compiuto o ancora in fieri, anche se il loro esplodere-liquefarsi-accartocciarsi esprime. La valenza salvifica di una volontà presente negli uomini e nelle cose, predisposta ad un principio di Resurrezione.
Come corollario alla macchina desiderante di RESURECTIO, alla sua meccanica di rifrazioni virtualmente elaborate che celebra le conseguenze estetiche della dinamica causa/effetto, ho pensato ad installare una serie di schermi e pannelli di scrittura, monoliti su cui sono incise frasi d’autore che hanno per oggetto il tema della Resurrezione: una sintesi che indica la dialettica, ancora da consumare, tra la realtà e la storia, tra il mito e il degrado, tra la bellezza e la morte. RESURECTIO va dunque vissuta come la visita iniziatica e speculativa in un’area archeologica che esibisce impudicamente i propri aspetti figurativi e letterari identificati nel momento del loro macerarsi.
È l’occasione per una verifica sensoriale “attiva” di un drammatico stato delle cose che richiama il suo spettatore ad allungare lo sguardo oltre l’evidenza dello sfacelo. È il racconto lancinante di un degrado prima annunciato e poi compiuto, ma anche la laica rappresentazione
di un rito esorcistico, che invita a non disattivare i sensi e le emozioni per non perdere la speranza nei confronti di trasformazioni e mutamenti positivi. I simboli di Pa lermo si disfanno per mancanza di protezione. Bisogna, dunque, attivarsi per proteggerli. E bisogna farlo perché essi rappresentano la memoria, la tradizione, la cultura della nostra città; perché essi sono i simboli delle dimensione etica su cui è radicata la nostra civiltà, perché costituiscono il luogo su cui possono risorgere i processi di civilizzazione del nostro comune futuro..



SU RESURRECTIO
di Eva Di Stefano



Caro Enzo,
mi hai chiesto un testo critico e ti mando invece una lettera. Di regola non amo ostentare un tono confidenziale nelle presentazioni in catalogo, ma, stavolta, rivolgermi direttamente all’autore è un espediente che mi è necessario per poter scrivere continuando il dialogo iniziato durante la passeggiata tra le rovine della nostra città, che hai messo in scena a Sant’Erasmo. Sì, lo confesso, la promenade con vista dall’alto mi ha turbato, come non può che accadere a tutti coloro che hanno con Palermo quel rapporto d’odio-amore che sappiamo, continuando a sperare che non sia “irredimibile”. E’ da diversi anni che lavori sull’identità simbolica della città, i segnali e le icone di riconoscimento, le memorie e i sogni, gli incubi e le utopie, e lo fai utilizzando un linguaggio multimediale e interdisciplinare, dove le tue competenze di architetto, scenografo e allestitore, si combinano con le tue predilezioni visive e letterarie, così come i tuoi percorsi dentro la città lebbrosa si sposano alle tracce soggettive della tua autobiografia e della tua infanzia al rione Montalbo. Si vede che questa città ce l’hai nel sangue e nella
pelle, è al centro della tua ossessione creativa, non smetterai mai di esplorarla e colare i tuoi e nostri ricordi in stampi di una materia nuova, perché si possa guardare avanti anziché sempre indietro.
Diversamente da Luminaria, il grande paesaggio di oggetti e proiezioni che nel 2003 hai dedicato alla città e al teatro di Scaldati, hai privilegiato stavolta in modo più esclusivo la dimensione immateriale e tecnologica. Nei diciotto video di Resurrectio riproponi alcuni di quei simboli e icone, ma solo come apparizioni fantasmatiche di cui un sistema elettronico regola gli spostamenti nello spazio. Ma, per quanto tu abbia cercato di prendere le distanze e raffreddare il discorso, come in questo caso, impaginandolo nello spazio in strutture modulari e geometriche, da scultura minimalista, resta il sospetto di un eccesso di speranza e di lutto. In altre parole, le immagini delle tue megainstallazioni - dove la regolarità e la distribuzione dei

parallelepipedi, la musica, le proiezioni e le scritte, costituiscono un’unica opera che aspira alla totalità - non sono che “frammenti di un discorso amoroso”, e nel tuo mal d’amore vuoi coinvolgere chi guarda e attraversa fisicamente lo spazio, entrando a far parte della scena come un attore inconsapevole. La forma spettacolare della tua opera corrisponde a questa necessità di coinvolgimento, del resto il teatro fa parte da molto tempo della tua vita, e io credo che la dimensione grandiosa dei tuoi progetti sia dovuta a un bisogno di costruzione su vasta scala, seppure a partire da derive e frammenti, ovvero il sogno di ogni architetto. E mi spingo a immaginare che la struttura e le sue misure siano un baluardo contro l’inerzia della malinconia, come il poliedro o il quadrato magico nell’incisione di Dürer. Ci vuole molto tempo e riflessione per realizzare un’opera multimediale e interdisciplinare come questa, che raccoglie tante sinergie. Nel frattempo disegni con la china e la pazienza di un incisore del quattrocento. Ho visto nel tuo studio decine di fogli, dove il tratto color seppia inscena personaggi geometrici alla maniera di Luca Cambiaso o trasforma i mostri di Villa Palagonia in creature di Depero. Anche nei tuoi disegni l’impostazione è nitida, segue sequenze modulari e un impianto narrativo. Anche nei disegni c’è questa tua volontà di racchiudere e circoscrivere dentro un perimetro, restituendo la frammentazione del racconto in forme nette e senza sbavature. Mi hai detto che se Wilson ti ha spronato verso un’estensione del fare artistico, in Greenawa y hai incontrato il controllo dell’immagine complessa. Mi hai detto anche che prediligi le opere contemporanee che si interrogano sul senso della morte ma congelando il tema attraverso il distacco, come nei ruderi di McQueen, nelle vetrine di Hirst, nelle mutazioni di Barney. Così le tue installazioni, pregne di senso di morte e fantasmi mediterranei, abitate da icone collettive e popolari a tinte accese e ancora vitali per quanto prossime all’esaurimento o all’esplosione, sono sempre definite da un sistema razionale di progetto e di misure, e da una tecnologia che raffredda, trasferendo ad esempio la carne e il sangue di un agnello squartato nell’immaterialità inodore di una proiezione. Mi pare che la tua cifra consista in questa capacità di far coincidere il freddo della tua controllata “scrittura scenica” e il calore del dramma che è sotteso alle immagini, che è evocato dalle parole, che è racchiuso nei numeri di una cronologia a prima vista enigmatica. Diversamente da altri autori palermitani, che tendono a narrare la nostra deriva con immagini volutamente slabbrate e lutulente, tra lo sberleffo e la disperazione, non rinunci né alla forma né alla bellezza. Ma , ti muovi su un filo molto sottile e pericoloso, dove basta poco per scivolare nella celebrazione o nella retorica, nel kitsch o nel folklore. Le icone che usi, la cassata o le rose, sono infatti molto rischiose, ma, come un acrobata che cammina sul sapone, tu, confezionandole nel rigore dello schermo e nel perimetro del contenitore, ne fai un paradigma estetico e concettuale, riuscendo al contempo a non decantarne la qualità esistenziale, comunicativa, e perfino antropologica. Così trasformi il catalogo dei nostri luoghi comuni nell’eterno e universale interrogativo: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? E puoi mettere in scena anche i simboli più usurati, perché ce li restituisci attraverso uno sguardo e un linguaggio molto contemporaneo che li ricaricano di senso. A volte l’immagine può farsi struggente, come quella cartolina in bianco e nero di Monte Pellegrino che si va ondulando in un malinconico moto di lenta introversione per accartocciarsi alla fine come un fazzoletto spiegazzato senza lacrime. Sa luti dalla città morta. Ma anche laddove sembri rimpiangere un artigianato perduto o una devozione impallidita, non ti muove la nostalgia fine a se stessa, il tuo sguardo resta analitico, la tua immaginazione critica, la tua poesia illuminista. Sei convinto che una presa di coscienza della catastrofe possa produrre la catarsi, confidi che chi comprende l’accaduto saprà trarre dai propri cocci gli elementi di una rinascita. Ha i una finalità che va oltre quella estetica. E hai creato un nuovo e attuale Trionfo della morte perché, come il dipinto di Pa lazzo Abatellis i cui frammenti esplosi nel tuo video vagano tra le stelle, serva da monito avviando la “Resurrectio”. Non vuole essere una macchina celibe, mi dici, e cioè un sistema di simulacri autoreferenziali a ciclo chiuso, che non produce ma si riproduce. Una macchina celibe – scrive Ca rrouges – è un’immagine fantastica che trasforma l’amore in meccanica di morte. Tu vorresti che qui, a Sa nt’Erasmo, nella antica stazione su questo lungomare degradato e proprio di fronte a un moderno albergo citato nelle cronache di mafia, accadesse il contrario, cioè che dalla meccanica di morte si generasse l’amore. Per guidare alla consapevolezza hai disseminato il tuo cantiere-labirinto di parole tratte dall’Apocalisse, dalle testimonianze dei viaggiatori, dai versi di Lucio Piccolo o dalle speculazioni di Ma ria Za mbrano, e di tue riflessioni a commento dei soggetti che hai scelto. E, se le immagini per loro natura sono sempre più forti, nondimeno le parole intrecciano un filo mentale che fa da salvacondotto nella frantumazione dell’identità, suggerendo che il tema forse va oltre la nostra città sfigurata, e forse riguarda anche la localizzazione dell’anima nel nostro tempo. Entrando nel buio della grande sala, che tu - rabdomante dello spazio - hai trasformato adeguandola al tuo sogno, ho creduto di essere sul set di un film ormai datato, L’invenzione di Morel di Emidio Greco tratto dal racconto di Bioy Ca sares. Come il naufrago che si aggirava nell’eternità fittizia delle proiezioni e registrazioni che a tratti animavano l’isola deserta per ripetersi all’infinito, ricominciando sempre da capo, a seconda delle maree che mettevano in moto il meccanismo creato da Morel, anch’io ero catturata nella macchina dell’eterno ritorno, da immagini che emergevano dall’oscurità come fuochi fatui per deflagrare e ricomporsi poco dopo su un altro catafalco disgregandosi di nuovo, prime nitide e poi esplose ancoraed ancora. E il rumore delle continue esplosioni si intrecciava con il percorso sonoro di Betta, come un bombardamento al rallentatore: si era nel ’43 quando le bombe di guerra ferirono la città che ancora oggi ne ostenta i segni, o si era nel ’92 quando le bombe di mafia uccisero Fa lcone e Borsellino? Guardo dall’alto della passerella ciò che tu chiami “paesaggio archeologico” e che in effetti si presenta con la griglia regolare di uno scavo che porta alla luce il tracciato viario e le fondamenta degli edifici di una città da tempo scomparsa: archeologia del cuore e della mente, dove l’intero spazio appare come una metafora. Vedo crollare un vecchio muro, le cupole di S. Ca taldo e il Teatro Ma ssimo, mentre il suo leone diventa sempre più incandescente fino a liquefarsi; vedo un teschio che si frantuma lentamente e un’edicola votiva che si spezza in mille schegge violente; vedo esplodere una cassata opulenta, un carretto siciliano >continua

Fonte - Terzo Millennio progetti artistici, Resurrectio, Palermo 2007 - © Tutti i diritti sono riservati

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