![]() |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
![]() |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
RESURRECTIO |
parallelepipedi, la musica, le proiezioni e le scritte, costituiscono un’unica opera che aspira alla totalità - non sono che “frammenti di un discorso amoroso”, e nel tuo mal d’amore vuoi coinvolgere chi guarda e attraversa fisicamente lo spazio, entrando a far parte della scena come un attore inconsapevole. La forma spettacolare della tua opera corrisponde a questa necessità di coinvolgimento, del resto il teatro fa parte da molto tempo della tua vita, e io credo che la dimensione grandiosa dei tuoi progetti sia dovuta a un bisogno di costruzione su vasta scala, seppure a partire da derive e frammenti, ovvero il sogno di ogni architetto. E mi spingo a immaginare che la struttura e le sue misure siano un baluardo contro l’inerzia della malinconia, come il poliedro o il quadrato magico nell’incisione di Dürer. Ci vuole molto tempo e riflessione per realizzare un’opera multimediale e interdisciplinare come questa, che raccoglie tante sinergie. Nel frattempo disegni con la china e la pazienza di un incisore del quattrocento. Ho visto nel tuo studio decine di fogli, dove il tratto color seppia inscena personaggi geometrici alla maniera di Luca Cambiaso o trasforma i mostri di Villa Palagonia in creature di Depero. Anche nei tuoi disegni l’impostazione è nitida, segue sequenze modulari e un impianto narrativo. Anche nei disegni c’è questa tua volontà di racchiudere e circoscrivere dentro un perimetro, restituendo la frammentazione del racconto in forme nette e senza sbavature. Mi hai detto che se Wilson ti ha spronato verso un’estensione del fare artistico, in Greenawa y hai incontrato il controllo dell’immagine complessa. Mi hai detto anche che prediligi le opere contemporanee che si interrogano sul senso della morte ma congelando il tema attraverso il distacco, come nei ruderi di McQueen, nelle vetrine di Hirst, nelle mutazioni di Barney. Così le tue installazioni, pregne di senso di morte e fantasmi mediterranei, abitate da icone collettive e popolari a tinte accese e ancora vitali per quanto prossime all’esaurimento o all’esplosione, sono sempre definite da un sistema razionale di progetto e di misure, e da una tecnologia che raffredda, trasferendo ad esempio la carne e il sangue di un agnello squartato nell’immaterialità inodore di una proiezione. Mi pare che la tua cifra consista in questa capacità di far coincidere il freddo della tua controllata “scrittura scenica” e il calore del dramma che è sotteso alle immagini, che è evocato dalle parole, che è racchiuso nei numeri di una cronologia a prima vista enigmatica. Diversamente da altri autori palermitani, che tendono a narrare la nostra deriva con immagini volutamente slabbrate e lutulente, tra lo sberleffo e la disperazione, non rinunci né alla forma né alla bellezza. Ma , ti muovi su un filo molto sottile e pericoloso, dove basta poco per scivolare nella celebrazione o nella retorica, nel kitsch o nel folklore. Le icone che usi, la cassata o le rose, sono infatti molto rischiose, ma, come un acrobata che cammina sul sapone, tu, confezionandole nel rigore dello schermo e nel perimetro del contenitore, ne fai un paradigma estetico e concettuale, riuscendo al contempo a non decantarne la qualità esistenziale, comunicativa, e perfino antropologica. Così trasformi il catalogo dei nostri luoghi comuni nell’eterno e universale interrogativo: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? E puoi mettere in scena anche i simboli più usurati, perché ce li restituisci attraverso uno sguardo e un linguaggio molto contemporaneo che li ricaricano di senso. A volte l’immagine può farsi struggente, come quella cartolina in bianco e nero di Monte Pellegrino che si va ondulando in un malinconico moto di lenta introversione per accartocciarsi alla fine come un fazzoletto spiegazzato senza lacrime. Sa luti dalla città morta. Ma anche laddove sembri rimpiangere un artigianato perduto o una devozione impallidita, non ti muove la nostalgia fine a se stessa, il tuo sguardo resta analitico, la tua immaginazione critica, la tua poesia illuminista. Sei convinto che una presa di coscienza della catastrofe possa produrre la catarsi, confidi che chi comprende l’accaduto saprà trarre dai propri cocci gli elementi di una rinascita. Ha i una finalità che va oltre quella estetica. E hai creato un nuovo e attuale Trionfo della morte perché, come il dipinto di Pa lazzo Abatellis i cui frammenti esplosi nel tuo video vagano tra le stelle, serva da monito avviando la “Resurrectio”. Non vuole essere una macchina celibe, mi dici, e cioè un sistema di simulacri autoreferenziali a ciclo chiuso, che non produce ma si riproduce. Una macchina celibe scrive Ca rrouges è un’immagine fantastica che trasforma l’amore in meccanica di morte. Tu vorresti che qui, a Sa nt’Erasmo, nella antica stazione su questo lungomare degradato e proprio di fronte a un moderno albergo citato nelle cronache di mafia, accadesse il contrario, cioè che dalla meccanica di morte si generasse l’amore. Per guidare alla consapevolezza hai disseminato il tuo cantiere-labirinto di parole tratte dall’Apocalisse, dalle testimonianze dei viaggiatori, dai versi di Lucio Piccolo o dalle speculazioni di Ma ria Za mbrano, e di tue riflessioni a commento dei soggetti che hai scelto. E, se le immagini per loro natura sono sempre più forti, nondimeno le parole intrecciano un filo mentale che fa da salvacondotto nella frantumazione dell’identità, suggerendo che il tema forse va oltre la nostra città sfigurata, e forse riguarda anche la localizzazione dell’anima nel nostro tempo. Entrando nel buio della grande sala, che tu - rabdomante dello spazio - hai trasformato adeguandola al tuo sogno, ho creduto di essere sul set di un film ormai datato, L’invenzione di Morel di Emidio Greco tratto dal racconto di Bioy Ca sares. Come il naufrago che si aggirava nell’eternità fittizia delle proiezioni e registrazioni che a tratti animavano l’isola deserta per ripetersi all’infinito, ricominciando sempre da capo, a seconda delle maree che mettevano in moto il meccanismo creato da Morel, anch’io ero catturata nella macchina dell’eterno ritorno, da immagini che emergevano dall’oscurità come fuochi fatui per deflagrare e ricomporsi poco dopo su un altro catafalco disgregandosi di nuovo, prime nitide e poi esplose ancoraed ancora. E il rumore delle continue esplosioni si intrecciava con il percorso sonoro di Betta, come un bombardamento al rallentatore: si era nel ’43 quando le bombe di guerra ferirono la città che ancora oggi ne ostenta i segni, o si era nel ’92 quando le bombe di mafia uccisero Fa lcone e Borsellino? Guardo dall’alto della passerella ciò che tu chiami “paesaggio archeologico” e che in effetti si presenta con la griglia regolare di uno scavo che porta alla luce il tracciato viario e le fondamenta degli edifici di una città da tempo scomparsa: archeologia del cuore e della mente, dove l’intero spazio appare come una metafora. Vedo crollare un vecchio muro, le cupole di S. Ca taldo e il Teatro Ma ssimo, mentre il suo leone diventa sempre più incandescente fino a liquefarsi; vedo un teschio che si frantuma lentamente e un’edicola votiva che si spezza in mille schegge violente; vedo esplodere una cassata opulenta, un carretto siciliano >continua |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Fonte - Terzo Millennio progetti artistici, Resurrectio, Palermo 2007 - © Tutti i diritti sono riservati |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Eugenio Maria Falcone Editore - P. IVA 04758230827 - gruppo Falconeriuniti
webmaster-tel. +39 0918880253 Tutti i diritti sono riservati © 2007 |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||